Chissà se lo sai

Chissà se lo sai

di Alessandro Piemontese

“Tu mi fai bene” le dico secco guardandola come se fosse la prima volta.

- Silenzio - Piano americano. Rallenty. Primissimo piano.
Mi ricambia gli occhi e la bacio come se fosse la prima volta.

È da un mese che rallento perché non ne potevo più. La testa protesa sempre in avanti, notifiche in ogni dove, lavori e progetti sempre nuovi: dicevo a tutti sì. Anche Bolt rallenta sul finale.

Hai presente quando vivi per anni in una città e un bel giorno alzi gli occhi e noti un balcone con una decorazione fantastica? È sempre stato lì ma non hai mai alzato gli occhi. Ecco, quello è l’inizio del rallenty. È l’inizio del “mi voglio bene”.

“Perché? Che ho fatto di speciale?” “Tu mi fai bene”. Seguo le linee della sua bocca con il dito e le disegno un sorriso.

Ho appuntato su un foglio le mie mete per il prossimo anno. Smettere di fumare, riprendere il karate, svegliarmi presto, scrivere un romanzo, mangiare meglio, vivere il silenzio delle mattine che quello della notte ormai lo conosco come le mie tasche. E non abbiamo più niente da non dirci. Mi hanno insegnato che scrivere le mete aiuta a raggiungerle. Perché continui ad immaginarle; perché la vita è fatta di immagini.

Lo schianto è un’immagine che non riesco a rimuovere mentre ho rimosso il prima e il dopo. Ricordo solo una pioggia leggera, i tergicristalli che gracchiano, il cd dei Subsonica in acustico, una notifica Whatsapp e basta. È che se nella vita vai sempre a mille non ti accorgi più delle cose che stanno ferme. Che sono certe. Non avrei dovuto dire sì a tutto. Questo ultimo anno lontano da te mi ha fatto male. Certo, tornavo quasi tutti i weekend ma per quale motivo poi? Per i soldi, per un’autorealizzazione fine a se stessa, perché Il segreto del mio successo con Michael J. Fox mi ha condizionato l’adolescenza. L’ambizione ti fa perdere il controllo. È stato un anno di cene di lavoro in ristoranti stellati, di pranzi con un supplì veloce e ipercalorico, di una valigia sempre aperta sulla sedia, di giacche appese subito sulla gruccia perché non si sgualciscano, di “ti chiamo tra poco”, di caffè a qualsiasi ora, di “ora non posso”. È stato un anno in cui ho rischiato di perderti. Di perdermi. Chissà se lo sai?

“Amore, che ne dici, finiamo di raccogliere le olive?” È pronta e non so come fa ad avere l’outfit giusto pure per raccogliere le olive.
Le sorrido, invio l’ultima email e abbasso lo schermo.

La piccola casa in campagna è quell’idea che non avevo mai assecondato. Perché io e la natura non è che fossimo mai andati così d’accordo. Mi piacevano le metropoli. E a te no. Oggi mangiamo quello che coltiviamo, lavoro da casa e mi sposto solo quando è necessario. La mattina corro un po’ e poi rallento, perché voglio godermi le cose che stanno ferme. Che sono certe. Voglio preparare il pranzo con te, mangiare sano, sentire il cuore. Bastarmi. “Mi vuoi dire qualcosa?” Legge un mio momento di romanticismo. Quello che avevo appeso al chiodo, io che ero il re. “Sshhhh”. Le scosto i capelli dal collo, magari si aspetta una collana ma sono le cuffie per due del mio smartphone. Parte il nostro Lucio Dalla. 


Ti ho guardata e per il momento,
non esistono due occhi come i tuoi.
Così neri così soli.
Che se mi guardi ancora
e non li muovi diventan belli anche i miei.
Chissà se lo sai.