Linguine alla Anna

Linguine alla Anna

di Stefano Procacci

Sono le 19.00 del 15 giugno del 1957, come tutti i giorni Vincenzo torna in città stremato da una giornata passata a lavorare la terra del suo padrone. Il tramonto, salvifico, lasciava al giovane un po’ di tregua, almeno fino all’alba successiva. Torna in città dicevamo, sulla strada sterrata che collega Monte Cotugno a Corato, sì, perché negli anni 50 erano pochissime le strade asfaltate, nella zona dell’agro poi era praticamente impossibile trovarne.

 In ventidue anni di vita, ben pochi erano stati i momenti di spensieratezza per lui. Il giorno della sua prima comunione lo ricordava con gioia, così come la sua prima e ultima volta al cinema: “Le Notti di Cabiria” era andato a vedere con madre, padre e sei fratelli, tutti più piccoli. Fellini aveva vinto l’Oscar, pellicola imperdibile, anche per la sua famiglia che per gran parte dell’anno viveva di stenti.  Il suo sogno era quello di diventare un grande cuoco, aveva grandi capacità, ma non aveva mai preso in considerazione l’idea di abbandonare la vita nei campi, non voleva deludere suo padre, anch’egli contadino, così come suo nonno.

Da circa tre mesi Vincenzo non era più lo stesso: lo sguardo sveglio e vispo si era spento, perso nel vuoto. Non una battuta con Nino, suo compagno di fatiche da sette anni, non un sorriso né una smorfia di dolore per la fatica, nulla. Non era la mancanza di pane ad averlo spento, alla povertà ci era abituato, bensì un amore non corrisposto, un amore impossibile. Il giovane contadino si era innamorato di Anna, figlia del suo padrone. Era un freddo pomeriggio di marzo quando il suo sguardo si posò per sbaglio sulla fanciulla e nulla per lui fu più lo stesso.

Anna Sassi era alta, magra e dai tratti orientaleggianti. Non era raro infatti che durante gli eventi mondani che era solita frequentare, venisse scambiata, erroneamente, per la figlia di qualche ricco mercante di tappeti siriano. I suoi 21 anni erano ben celati da uno sguardo innocente e dai modi fanciulleschi e quel velo di tristezza che l’accompagnava come un’ombra, mal si sposava con la sua privilegiata condizione sociale ed economica. Camillo Sassi, suo padre, l’aveva promessa sei anni prima a Lorenzo Siniscalco, un nobile tranese discendente diretto di Goffredo Siniscalco, colui che nel XII secolo fondò il Monastero di Colonna.  Anna non aveva mai accettato questa decisione unilaterale, avrebbe voluto scegliere l’uomo da amare per il resto della vita, ma qualcun altro aveva deciso per lei.

Anche quel 15 giugno dunque Vincenzo , come ogni giorno dopo il lavoro, si recò presso il palazzo della famiglia Sassi e lasciò un mazzo di fiori di campo sulla rampa di scale presente all’ingresso: margherite bianche, papaveri e qualche spiga di grano. Anna anche quel giorno vide tutto dalla finestra. La ragazza felice di questa corte così appassionata e genuina, attese che il giovane si allontanasse, corse come ogni giorno a prendere il dono e rientrò in casa felicissima. Ma quella volta non fu l’unica ad aver visto tutto.

Camillo Sassi, tornato a casa anzitempo, aveva colto sul fatto il contadino. Scese i 43 scalini dell’abitazione con una velocità e un atletismo  fuori dal comune per i suoi 51 anni, raggiunse il ragazzo, lo tirò per un braccio e gli disse lapidario: Non farti mai più vedere, né sotto casa mia, né nelle mie terre, non sei degno di noi”. Vincenzo non protestò e andò via.

Passarono tre settimane, Anna non vedeva più il suo spasimante e soprattutto non sapeva della decisione che egli aveva preso: con i pochissimi soldi messi da parte aveva acquistato un biglietto per il Venezuela, sarebbe andato a Caracas in cerca di fortune.  

Il giorno prima della partenza si fece coraggio, si reco al palazzo e, accertatosi che il padre di Anna non fosse in casa, chiamò la ragazza a gran voce. Non si erano mai parlati prima e il cuore di Vincenzo batteva forte. Anche il cuore di Anna, alla vista del giovane contadino, sobbalzò e senza farsi pregare ancora, lo raggiunse giù. Dopo i primi minuti di imbarazzo, i due iniziarono a passeggiare e parlare. Quanto parlarono quella sera, quanto erano felici. Alla notizia dell’imminente partenza, Anna scoppiò in lacrime: non credeva di potersi affezionare così tanto ad una persona vista solo dalla finestra fino a qualche ora prima.

Vorrei ti ricordassi di me e di questo giorno per tutta la vita Anna. Tu possiedi tutto ciò che una donna può desiderare e io non posseggo nulla. Ma una cosa la posso fare per te! Ti preparerò uno speciale piatto di pasta”, disse Vincenzo con un’insolita sicurezza. E Anna ne rimase positivamente colpita, ma non capiva. Raggiunsero un casolare abbandonato alle porte di via Ruvo, entrarono. Era tutto pronto, la tavola era imbandita, gli ingredienti già sul tavolo. “500 grammi di pasta di grano duro, 900 grammi di pomodori freschi, aglio, basilico, olio, sale”. Vincenzo sembrava come invasato e Anna lo osservava incantata. “Linguine alla Anna!”, esclamava felice, mentre aggiungeva al piatto ormai pronto un pizzico di peperoncino e una manciata di formaggio.

Il profumo si espanse per tutta la stanza, quei muri che per 60 anni avevano ospitato una famiglia di pastori ruvesi mai avevano percepito una fragranza così intensa, sensazionale. E in un’atmosfera simile, resa ancor più magica dalla fioca luce di quattro candele, i due si baciarono, intensamente.

Il giorno seguente Vincenzo partì per il Venezuela e Anna non fece che piangere. Pianse per mesi, alcuni dicono che continuò a farlo anche molto tempo dopo aver sposato Lorenzo. Quella cena la sognò per anni, l’odore di quella pasta le era rimasto impresso e mai più da allora aveva mangiato così bene.  Il giovane contadino invece trovò lavoro come aiuto cuoco presso Tarzilandia, il ristorante più antico di Caracas e finalmente poté condurre una vita dignitosa . Ma il cuore era spezzato, in maniera irrimediabile. Non si sposò mai e per più di 40 anni continuò a scrivere lettere d’amore alla sua Anna, senza mai ricevere risposta.

 Anno 1997, Lorenzo, il marito di Anna, era morto da quasi un anno. Non era stato un matrimonio felicissimo, vissuto tra molti “bassi” e pochi “alti”. Anna decise di cambiare casa, di tornare dove era cresciuta. Durante il trasloco trovò un pacco: all’interno di esso centinaia di lettere d’amore di Vincenzo, che suo marito aveva intercettato e nascosto. Sconforto e odio presero piede nel cuore della donna, non credeva ai propri occhi. Con Lorenzo non era amore, ma non pensava potesse arrivare fino a questo punto. D’un tratto la nostalgia e la voglia di riabbracciare quel timido contadino presero piede: ripensò a quel giorno, alla magia di quel casolare, le luci, i profumi, la pasta. Vincenzo non l’aveva dimenticata, potevano tornare insieme potevano rivedersi! Anna si attivò, tentò di ritrovare l’unico uomo in grado di farle battere il cuore , ma non riuscì a farlo, aveva cambiato due volte casa e nessuno aveva il suo indirizzo.

In Venezuela da un decennio a questa parte la situazione non era più rosea come lo era negli anni sessanta. L’11 aprile 2002 poi, l’imprenditore Pedro Carmona Estanga ordisce un colpo di stato ai danni del presidente Hugo Chavèz. Sarà una breve parentesi, ma l’evento politico scuote negativamente il Paese, che viene colpito da un’inflazione e una crisi senza precedenti. Vincenzo allora, che quotidianamente sentiva la nostalgia della sua Corato, della sua Anna, decise che quello era il momento giusto per tornare a casa.

I genitori erano morti da un po’ di anni, i suoi fratelli tutti emigrati tra la Germania, Torino e Grenoble. Era rimasta solo Anna. Non le aveva mai risposto in tutti questi anni, ma era fiducioso, era ancora innamorato di lei come 45 anni prima.

Corato non era più quella di prima: le strade erano asfaltate, anche quelle di campagna, la piazza del pesce dove trascorreva l’infanzia non esisteva più, c’erano negozi ovunque e tantissime auto. Certo, avrebbe preferito rivedere il suo lattaio di fiducia e l’ortolano sito a due passi da casa, ma andava benissimo così. Una cosa a Corato era rimasta come allora, il palazzo della famiglia Sassi. Vincenzo prese l’auto, si recò in campagna, raccolse margherite, papaveri e due spighe di grano e si recò al palazzo. Poi chiamò a gran voce Anna. Lei non credeva alle sue orecchie e il cuore iniziò a battere forte, come in quel giugno del ’57. Si abbracciarono, piansero e parlarono. Quanto parlarono quel giorno! D’altronde avevano molto da raccontarsi. Si guardavano increduli, si tenevano per mano e si accarezzavano, erano di nuovo felici, di nuovo completi. Si fece sera e i due avevano fame, avevano passato ore a parlare e si erano dimenticati di mangiare. “Stasera cucino io: pasta alla Anna!”, disse Vincenzo. Lei annuì. Avrebbe finalmente risentito quel profumo che più di 50 anni prima le aveva cambiato la vita.