I colori di Vieste

I colori di Vieste

di Rita Fortunato

Lara non vede il mare da tre anni e così zia Luisa le propone di accompagnarla a Vieste, sul Gargano. “Perché no?” Certo, preferirebbe una giornata al mare con i suoi coetanei quindicenni piuttosto che trascorrere un’intera settimana con una vecchia signora ma la curiosità di vedere una località posta tra cielo, acqua e sabbia prende il sopravvento. “Vedrai com’è bella Vieste, la perla del Gargano”.

Lara non parla molto quando è in auto. Preferisce rivolgere la testa e i pensieri verso il finestrino, per guardare il paesaggio cambiare e il sole tramontare. Zia e nipote arrivano che è già calata la sera. Devono ancora cenare ma la ragazza non riesce ad aspettare una notte di più: vuole vedere il mare e corre in spiaggia. Non riesce a distinguerlo in tutto quel nero di ombre che si trova davanti. Al massimo lo sente, per lo sciabordio delle onde. Calma piatta. Tristezza. “Sarà una vacanza noiosa…” mugugna avvilita.

Il giorno dopo, visita turistica della cittadina. “Com’è bella la parlata di qui, non trovi, Lara? È una piacevole melodia!” Zia Luisa è allegra, indossa gli occhiali da sole in stile anni ’70 che conserva fin da quando era ragazza e come una bambina, inclina la testa di qua e di là osservando tutto quello che la circonda. “Mah, non so… non mi sembra”. Lara non riesce a condividere lo stato d’eccitazione in cui si trova la zia. Ha ancora l’immagine scura della sera prima in testa ma i suoi occhi vengono attratti dalla merce del fruttivendolo che si lasciano alla loro destra. È una bella giornata di sole e frutta e verdura si vantano dei loro colori. Traboccano superbe dalle cassette nelle quali sono adagiate. Dall’esterno, il proprietario controlla che tutto sia in ordine. Ogni tanto pronuncia qualche ordine in dialetto al commesso che sta sistemando gli spazi all’interno.

Strano linguaggio quello pugliese. A Lara non piace moltissimo. Ha una cadenza discontinua, strana. Non riesce a seguirne la sonorità. “Eh, no cara! Rispetto al friulano, il pugliese ha un suono molto dolce”. “Sarà…” pensa Lara. “Nel dubbio, parlo in italiano”.

Le strade di Vieste si fanno strette e tortuose. Il cuore di una città, la sua anima più pura e più bella risiede sempre nella parte più antica e Vieste è proprio bella. Il centro è tenuto insieme da un intrigo di vicoli, scalini e scalinate. Sedie sull’uscita di casa. Panni stesi. Botteguccie cariche di specialità enogastronomiche. Tutto concentrato in pochi metri. E affollato, anche. Molto vivo, allegro, festoso. Ora è Lara a guardarsi attorno affascinata mentre zia Luisa fa un po’ di spesa. Poi lo vede.

Un ragazzo biondo seduto a qualche scalino più in alto, i capelli lunghi legati in una coda approssimativa, chino su un quaderno. Spinta da una forza invisibile, lei lo raggiunge e gli siede accanto. Sta disegnando la via principale con il carboncino. Una riproduzione tratteggiata in ogni minimo dettaglio. Precisissima, per prospettiva e sfumature di grigi. “Molto bello! Ma mi sembra che manchi qualcosa!” Solo allora l’artista si accorge della spettatrice che gli si era accostata, silenziosa come un gatto. Alza la testa di scatto rivelando un viso pallido e due grandi occhi celesti, chiarissimi. La bocca semi aperta per lo stupore di essere stato colto in un momento di massima concentrazione.

“Ciao!” esclama Lara. Non aveva ancora ben compreso l’ordine con cui si intavola una conversazione. Un muto cenno di risposta. “I tuoi disegni sono molto belli!” ripete lei, indicandoli. Un piccolo cenno d’assenso con il capo. “Parli italiano?” domanda Lara. Un cenno di diniego, sempre col capo. Le guance di lui diventano sempre più rosse e la ragazza si dispiace un po’ per averlo messo in imbarazzo (e per il 4 fisso in inglese).

È un sollievo quando zia Luisa chiama Lara a sé. Aveva scoperto un ristorantino dove andare a pranzare. “Ma cosa stavi facendo, Lara? Chi è quel ragazzo?” “Un artista, zia. Ma non è italiano. Ho cercato di dirgli che i suoi disegni sono belli ma che manca qualcosa, non ci sono riuscita. E poi, mi sa che l’ho pure spaventato. È diventato tutto rosso!” “Oh, santa pazienza! Sei troppo spigliata, a volte. Non puoi importunare la gente così, solo perché ti salta il matto!” la rimprovera la zia. “Va bene, scusa zia”. C’era sempre qualcosa che sbagliava ma non poteva farci niente, era fatta così.

Il ristorante è bellissimo. Tavole coperte da tovaglie bianche, ampie vetrate. Vista mare. Un mare stupendo per le sfumature di azzurri e scintillante, grazie ai raggi del sole. Non ci sono ombre, solo luce che forse ferisce gli occhi ma illumina l’anima in un caleidoscopio di colori.

Zia Luisa ordina un piatto a base di pesce. A Lara il pesce non piace molto e il menù prevede tanti piatti a base di pesce. Molto bene. Che fare? “Spaghetti con il sugo di pomodoro?” chiede timida al cameriere, giunto a prendere l’ordinazione. L’uomo non fa una piega. Sorride, appunta tutto sul suo taccuino e compare in cucina per poi tornare con l’ordinazione. Spaghetti con le vongole per la zia e spaghetti con il sugo di pomodoro con una piccola foglia di basilico in cima per Lara.

La ragazza osserva i piatti, il mare, i segnaposto floreali su ogni tavolo e le candeline decorate: “Ecco cosa mancava nei disegni del ragazzo!” “Cosa?” “I colori!”