Pasta alla Tunammaccanuschammè

Pasta alla Tunammaccanuschammè

di Antonio Favia

Una buonissima ragione mi spinge a raccontarvi questa storia: non mi piace parlare di “insegnamento” o di “morale della favola”, preferisco più semplicemente indicarlo come un consiglio proveniente dal cuore, un bisbiglio segreto che si può scoprire soltanto leggendola.

Non ho la presunzione di sperare che vi piaccia, ma si tratta di una pagina presa dai miei ricordi più belli e la racconto volentieri, se posso dare a qualcuno di voi un’occasione per sorridere, riflettere, gustare la vita.
Cominciamo.

C’è chi crede che le nostre storie si intreccino per inerzia, quando non per convenienza, come i maledetti cavi dietro le scrivanie, come i fiocchi di neve che si incollano tra loro soltanto perché cadono uno vicino all’altro. Due persone si trovano nello stesso posto, si conoscono, magari continuano a frequentarsi o a una delle due serve qualcosa dell’altra, e soltanto a causa di ciò finiscono per stare insieme.

Ma non è stato così per noi, e non è tanto per dire. Ti ho voluta, gatta, non appena ti ho vista entrare da quella porta: il Sole da una finestra della sala sembrò illuminare la tua camicia bianca di raso come se tu fossi stata sul palco di un teatro. Avevi sempre l’espressione un po’ imbronciata, che intenerisce ancora di più i visi dolci come il tuo. Ti piegasti leggermente sulla cattedra per firmare la tua presenza, dando le spalle all’aula. Indossavi un paio di jeans aderenti: “Grazie, Signore”, pensai.
Due studenti fuori sede, un corso in comune, stesso stile di vita, stessi interessi, stesse passioni.

Inizialmente ero in competizione con quell’altro…come si chiamava…quell’americano che sembrava la versione bionda di mio cugino, e che suonava il Banjo. Io invece il mandolino, come da tradizione mediterranea.

Con te mi venne naturale comportarmi come ci si comporta con le gatte, creature meravigliose e affascinanti, come te: sinuosa, intellettualmente indipendente, furba, ironica, graffiante.

Mesi di costanza e pazienza furono premiati a Gennaio, ricordo che faceva un freddo da neve.

-               Un freddo da cagarsi

 

Continuava a ripetere il mio coinquilino sardo, facendomi ridere ogni volta. Stava finendo di preparare la valigia per tornare a Olbia nel fine settimana e le nostre scarpe, insieme ad altra roba, erano tutte in un ripostiglio sul balcone, quindi era costretto a fare andirivieni dentro e fuori man mano che ricordava cosa portare con sé.
Venerdì mattina, uno di quei giorni in cui alle 9:00 sembra già pomeriggio. Per fortuna non avevo lezione, o meglio, non di mattina.

Ore 18:00, Aula D. Saresti venuta nonostante il tempaccio che c’era? Ti avrei incontrata o mi sarei sorbito soltanto la grinta dell’americano?

Tra l’altro non era affatto un cattivo ragazzo l’americano, si chiamava Pete, ecco come si chiamava!
La prima cosa che gli dissi quando lo conobbi fu che nel mio dialetto pugliese la pronuncia del suo nome aveva lo stesso suono della parola “piedi”: i “pìt”.

Quel pomeriggio Pete non era a lezione, e in effetti in aula eravamo solo in sette anziché in venti. In TV avevano detto che altrove stava già nevicando, forse per quello molti non erano riusciti a venire, ma tra i “magnifici sette” – come ci definì il professore – c’eri tu, ed era questa la cosa importante.

La lezione finì alle otto. Nel tragitto per tornare a casa scoprimmo di abitare a qualche isolato di distanza l’uno dall’altra, buffo: era da almeno tre mesi che ci conoscevamo e non ce ne eravamo mai accorti. Tra una chiacchiera e l’altra colsi che, siccome non avevi avuto modo di fare la spesa, eri rimasta senza caffè e biscotti per la colazione, mentre io qualche giorno prima avevo ricevuto per posta uno di quei mitici pacchi dalla Puglia contenenti qualsiasi ben di Dio, compresi biscotti e marmellate della nonna. Ti invitai per colazione, accettasti un pò titubante.

A ben pensarci era l’invito perfetto: né intimo o formale come una cena, né impegnativo come un pranzo, la colazione era l’ideale. Appuntamento per le 10:00.

Quel Sabato mattina faceva ancora più freddo e chiaramente io ero già in piedi dalle otto, a sistemare tutto per quando saresti arrivata. Alle nove mi arrivò un SMS (all’epoca si usavano solo gli SMS): “Posso passare tra una mezz’ora? Mi sono svegliata prima…”

“Anche adesso” fu la mia risposta. Arrivasti ugualmente alle 10:00, tipico.

Mentre facevamo colazione iniziò a nevicare, una nevicata che sarebbe entrata nella storia della meteorologia contemporanea, e l’invito a colazione si estese anche al pranzo.

-               Ma tu…sai cucinare? Mi chiedesti.

-               Certo…scusa ma hai capito da dove provengo? Se a casa mia non sai cucinare qualcosa non sei nessuno!

 

Risposi un po’ ironico e un po’ punto nell’orgoglio. Poi continuai:

 

-               Abbiamo piatti tipici che variano da casa a casa e da paese a paese, alcuni sono specifici di un unico luogo o legati alle singole ricorrenze religiose…
 

-               Addirittura…e sentiamo, tu cosa sai cucinare? (Quanto ti divertivi a punzecchiarmi)

 

-               Lo scoprirai a pranzo. (E io in tutta risposta mi divertivo a mostrare calma)


Ora posso dirlo: ero stato spavaldo ma non avevo la minima idea di cosa cucinare, infatti quando aprii il frigo in cerca di qualche ingrediente mi resi conto che era rimasto ben poco di quel ben di Dio ricevuto dai miei qualche giorno prima.

Nel cassettone porta ortaggi c’erano due melanzane: era già qualcosa, ok.
Poi scovai una mezza scamorza sopravvissuta alla grigliata di bruschette, bene!
Ho sempre pensato che basta davvero poco per preparare qualcosa di semplice e buonissimo, purché la materia prima sia eccellente, nel mio caso preferisco ingredienti pugliesi, chiaramente.
 

-               Hey, hai qualche rapporto conflittuale con la cipolla?

Ti chiesi, perché non si sa mai…

 

-               No, no, vai tranquillo.
 

-               Grande. Ne metto il giusto, soltanto per il soffritto.


E mentre tu – costretta da me a non fare nulla, secondo il rituale dell’ospitalità pugliese – sceglievi un CD musicale, io misi sul fuoco la pentola con l’acqua e cominciai a tagliare le melanzane (ingrediente segreto: tagliuzzai anche un pomodoro secco sott’olio, da aggiungere dopo). Ti piacque una compilation con i successi di Billie Holiday, mi fece piacere.

Poi ti avvicinasti e cominciasti a criticare ogni mio singolo movimento in cucina, ma faceva parte del tuo modo di giocare. Per cercare di placarti ti versai un bel bicchiere di buon vino delle mie parti e cominciai a descriverti le fasi finali della preparazione, man mano che le compivo: “Una volta cotta la pasta e pronto il condimento di melanzane, mettiamo tutto in un’unica pentola e ci buttiamo dentro la scamorza tagliata a cubetti, girando per fare filare il tutto…”
E via a tavola.

Alla prima forchettata cambiasti espressione. Finito il primo piatto, e poi il bis, mi chiedesti il nome di quella ricetta.

Siccome nei mesi precedenti mi avevi dato l’impressione di essere una persona molto sicura di sé, di quelle che dopo due secondi pensano di aver già capito tutto di tutti in qualsiasi situazione, mi ci volle poco per inventare un nome lì per lì:

 

-               Questa pasta si chiama…” Pasta alla Tunammaccanuschammè”

 

-               Come?! Esplodesti saltando dalla tua sedia a quella più vicino a me.
 

-               “Tunammaccanuschammè”, hahah! Nel mio dialetto significa “Tu non mi conosci”. La prepariamo soltanto quando in casa c’è un ospite nuovo che pensa di aver inquadrato già chi siamo, che carattere abbiamo, cosa pensiamo…

 

-               Ma davvero?

E intanto ti facevi più vicina.
 

-                Sì, e la prepariamo soltanto con ingredienti 100% pugliesi…l’olio è importantissimo, la pasta…

 

-               Ma le melanzane non erano pugliesi! Questa era una finta pasta alla Truccamm-…alla Tummakkù-, alla…Tummannakkonù-…


E mentre cercavi di pronunciare quel nome ti baciai, quanto mi sembrasti buffa e dolce in quel momento.

Nei tre giorni successivi l’Italia restò bloccata sotto la neve, e noi restammo a letto, a fare l’amore mangiando miele, sott’oli presi dal famoso pacco e taralli pugliesi, alzandoci soltanto per  andare in bagno, o per fare una doccia insieme.

Quante volte negli anni successivi mi hai chiesto di prepararti quel piatto? In assoluto il tuo preferito.
Non sei mai riuscita a pronunciare il nome della ricetta, forse anche per colpa mia che ti baciavo ogni volta che ci provavi invano.
Noi non avevamo “la nostra canzone”, come tutti gli altri. Avevamo la nostra ricetta, con una storia dietro. Qualcosa di unico e speciale, soltanto nostro.

I cavi dietro le scrivanie si intrecciano, i fiocchi di neve si incollano, ma noi siamo di un’altra pasta.
A volte mi chiedo se l’hai già fatta assaggiare a lui la nostra ricetta, dandole chissà quale buffo nome.