Mia nonna si risposerebbe

Mia nonna si risposerebbe

di Fabio Fanelli

Una volta chiesi a mia nonna se, potendo tornare indietro, avrebbe risposato mio nonno.
Non ricordo bene quale fosse la posa di quella scena: i dettagli dei nostri vestiti, la colonna sonora di quel momento, il colore del cielo alla finestra. Credo di non ricordarlo bene perché la vita di mia nonna ha sempre avuto la semplicità di certi piatti della tradizione povera: poche spezie, parecchio olio e tinte uniche. Il sugo era rosso vivo, il pesce fritto era dorato, la verdura era verde. Nella vita di mia nonna i sapori sfumano ma i colori rimangono se stessi: primari, certi, rigidi come le opzioni di un semaforo. Quella volta era forse un pomeriggio come tanti, con la tv accesa per compagnia e abitudine, la stufa timida per riscaldare la casa senza gelare il portafoglio, qualche bolletta sparsa sul tavolo a beneficio di occhi più capaci dei suoi, e gli immancabili cioccolatini al centro di un benvenuto di protocollo nel ripiano incassato del mobile in soggiorno.
Quella domanda stessa, apparentemente profonda e pescata chissà da quale desiderio di rivelazione e verità familiare, veniva probabilmente da uno di quei piccoli vuoti che si creano da sempre nelle conversazioni tra me e mia nonna. Spazi di riallineamento tra il canovaccio delle sue domande sul presente recente e il futuro più prossimo: “Che hai mangiato?”, “Come va a lavoro?”, “La fidanzata quando?”, “Quand'è che devi partire?” e la mia lista di risposte rassicuranti di nipote interessato a restituire carezze più che ad apparecchiare confronti: “Mamma ha fatto le lenticchie”, “Bene, nonna, le solite cose”, “Senza fretta, c'è tempo” e “Sabato, e martedì mattina rientriamo”.
 

Sono sempre stati duelli a salve i nostri “ciao”, lei ha i suoi proiettili e io le mie cartucce e le spariamo in un far west senza nemici. Per certi versi recitiamo ognuno la sua parte, attori di una sceneggiatura con più amore che battute. C'è una breve frazione tra un caricatore e l'altro dei nostri turni di parola, quello è lo spazio ideale per l'improvvisazione. Uno spazio come quello in cui è nata la domanda di quel giorno, quel “nonna, ma tu, dovessi tornare indietro, ti risposeresti con nonno?”.
Improvvisazione, per chi ha vissuto la guerra, significa adattamento e intuizione, soluzione rapida, fantasiosa, inattesa. L'improvvisazione è quell'attitudine di mia nonna che trasformava le merende confezionate che la tv assegnava alla mia generazione in piatti di pane olio e sale buoni a tutte le ore e per tutti i tipi e capricci di fame. L'improvvisazione è quello spazio tra il lampo e il tuono che mia nonna riempì quel pomeriggio come tanti con una risposta assolutamente imprevedibile, almeno per me: ”Sì, perché no, devo dire che mi sono trovata bene”.
Si è trovata “bene” mia nonna, con mio nonno, suo sposo per cinquanta e passa anni. Come fosse un albergo sempre uguale, sempre quello, prenotato ogni estate della sua vita. Come fosse una macelleria onesta nei prezzi e nella qualità dei pezzi. Come se si trattasse di un tipo particolare di pasta per i suoi piatti semplici come l'italiano con cui è cresciuta e insidiosi come i capi bianchi da lavare senza consumare. Ho pensato tanto e tante volte a quella risposta. E mi sono chiesto tante volte se fosse un segno dei suoi tempi diversi dai miei, figlia di un periodo di amori funzionali, sociali, desideri di pace poco fuori dalle trincee della guerra. Un periodo in cui l'amore non era una specie di sacro fuoco in cui bruciarsi ogni giorno, piuttosto una fontana pubblica cui rivolgersi per l'acqua buona per cucinare, per lavare, lavarsi, dissetare i propri bisogni primari e quelli dei figli che sarebbero venuti. Così, mentre rileggevo il matrimonio dei miei nonni come un compromesso tra la loro piccola intimità di persone e le grandi esigenze della Storia, ho pensato che “bene” non è necessariamente “meno” e che nella lingua pudica di una donna come mia nonna “amore” è  un vestito cucito su misura per figli e nipoti, ma che sta spesso largo a mariti e compagni di vita. I nonni come i miei sono amanti che baciano più le fronti altrui che le loro labbra, stringono mani quasi sempre più piccole delle loro e amano verso l'esterno. Come radici, spingono su per il loro albero linfa buona a far crescere i rami nuovi della loro chioma. Trovarsi “bene”, per mia nonna, non ha necessariamente significato accontentarsi di non amare senza odiare, ma ha forse significato poter contare su una radice forte per fruttare famiglia.

Perché se la serenità è stata una conquista nella vita di mia nonna, allora il compagno di vita che questa serenità con lei proteggeva era il miglior “bene” che mia nonna possedeva. Tanto che lo risceglierebbe, quel bene, perché certi nonni sono ancore vissute abbastanza da non voler più affrontare il mare. Nella loro vita hanno imparato i fondali, studiato le onde e cercato il loro attracco sicuro. La routine, maledizione della gioventù sempre affamata di nuovo, è la benedizione del loro tempo in cui alla fame si risponde con ricette sempre uguali: il certo, il sicuro, il vicino, il meno rischioso, il conosciuto, il buono. Come un pane olio e sale a tutte le ore, un “bravo” marito, un tipo di pasta con cui ci si è sempre trovati “bene”. Perché è l'esperienza la grande scoperta dei nonni.