Non è ancora il momento

Non è ancora il momento

di Marco Palasciano

Incredibilmente dopo tutte le cose che gli avevo scritto e detto, dopo tutti i segnali rigorosamente lasciati “in sospeso” (per così dire), lui ancora mi cercava.

Ok, io anche lo cercavo, soprattutto da quando aveva smesso di comportarsi da stalker su Facebook

Mi piaceva, mi dava anche un certo senso di sicurezza. In fondo è un bel tipo, non solo fisicamente, ma anche di testa. Ma io sono uscita dalla mia ultima storia con le ossa rotte, e anche lui credo; ma è un uomo e, si sa, gli uomini reagiscono meglio a queste cose.

Con la scusa di dargli una maglietta che mi ha chiesto e che credo pensi sia un regalo, l’ho invitato qui da me. Ho pensato di far saltare l’appuntamento per tutto il pomeriggio. Sono stanca, ho il corso di fotografia, non mi va di cucinare e poi lui ha la capacità di farmi sempre, sistematicamente, innervosire.

Non lo fa apposta, credo. Ma è così.

Lo vedo, m’innervosisco, la mia espressione cambia e più lui è gentile più la situazione peggiora!

Giuro, non mi succede con nessuno, amici, amanti… Anche con quelli che davvero non sopporto, dei quali faccio persino finta di non ricordare i nomi. Non so cosa sia, e non mi va neanche di approfondire più di tanto.

Proprio quando stavo per scrivergli e tirare fuori una scusa per evitare di vedermelo piombare qui, mi scrive lui: “Allora prendo un vino e l’occorrente per fare una carbonara buona, seria – dice – e cucino io”. Forse per una volta la sua insopportabile gentilezza poteva essere utile. In fondo un buon (speriamo) piatto di pasta e un buon bicchiere di vino hanno comunque il potere di rendere anche la sua compagnia migliore, oltre che la giornata.

Suona il campanello, in anticipo come al solito. La casa è ancora un delirio. Sale, entra, mi saluta. “Maledizione” penso tra me e me. Forse ho la camicetta troppo sbottonata, ora penserà che sia l’ennesimo segnale. Stranamente fa finta di nulla. Magari è la volta buona che capisce che non m’interessa, forse.

Mentre finisco di riordinare l’ammasso di vestiti che solitamente chiamo letto, lui si posiziona in cucina. Lo sento aprire ante, muovere pentole, padelle, posate. Oddio, farà un casino incredibile e io sarò costretta a pulire. Speriamo almeno il vino sia buono.

Arrivo in cucina per controllare che non distrugga nulla e lo trovo li, stranamente organizzato. Controllo cos’ha comprato, vedo uova, guanciale (e mi scappa un “borghese”, tra me e me) pecorino e spaghetti. Beh, pensavo peggio.

Mette l’acqua sul fuoco; mi chiede una coppa per sbattere le uova. “Un tuorlo e uno intero” dice, con la sua solita aria da professorino, che è una delle sue caratteristiche che mi fa innervosire e allo stesso tempo mi piace di più. Poi aggiusta di sale, pepe e pecorino. Prende una padella e la mette sul fuoco e, appena è calda, ci riversa dentro un bel po’ di guanciale che inizia subito a sfrigolare e a liberare quell’inebriante odore che, da solo, ti mette fame. Non sono molto convinta. A me la carbonara piace con la cipolla, ma se dovessi dirlo mi farebbe una testa così, quindi meglio tacere.

Però devo ammettere che si muove bene, e questo mi fa innervosire ancora di più,  mi ritrovo a riprenderlo per la fiamma troppo alta e perché ha deciso di allagare il lavandino della cucina facendo scorrere l’acqua fredda appena buttata la pasta. Che ridere, sembro mia madre (e sua madre pure, a quanto pare). Scola la pasta, unisce nella pentola il guanciale, gli spaghetti e l’uovo, mescola e aggiunge pepe, il tutto rigorosamente a fiamma spenta. Devo ammettere che l’odore che si spande nella mia piccola cucina è molto invitante.

Prepariamo i piatti e andiamo a tavola.

Stappo il vino (l’unica cosa che ho fatto nell’ultima mezz’ora) e lo verso. Poi, con qualche remora, provo il piatto. Raccolgo il primo ciuffo di spaghetti. L’aspetto è buono, denso, e ha davvero un buon odore.

Sto molto attenta a non farmi vedere fiduciosa. Assaggio. Ok, questo non era previsto. Davvero. È buona, buonissima, e non me l’aspettavo. Credo anche di essermi tradita con l’espressione del volto.

“Beh si buona, anche se per i miei gusti manca un po’ di sale e c’è un po’ troppo pepe” (non vorrei che si esaltasse troppo). Lui non fa una piega, mi guarda e ride. Io lo odio, ufficialmente. “Beh si, col sale non sono capace, ho sempre mangiato senza, e l’uovo forse si è cotto un po’ troppo”.  “Vedi qui”, mi fa, indicando un minuscolo pezzo di uovo cotto, impercettibile “questo non deve succedere”.

Oddio non lo sopporto, ma più lo penso e meno ne sono convinta. Il vino fa il suo, e non so bene perché, ma tiro fuori cose abbastanza personali. Non è un amico, non è qualcosa di più, ma perché mi viene in mente di tirare fuori certe cose? Non lo so, davvero.

Finita la pasta continuiamo a chiacchierare e bere sul divano, quando mi scopro a trattarlo male (lui ride comunque) ma con i miei piedi, gelati, che cercano il calore dei suoi. È forse il primo contatto che abbiamo da mesi, dopo un bacio dato più per levarmelo di torno che per voglia vera e propria. Però siamo ancora qui. E allora al diavolo pensieri, le insicurezze, il passato e il mio ex. Al diavolo la generalizzata sfiducia nell’essere umano e in me stessa. Lo bacio. E che bacio.

La pasta e il vino hanno rotto il ghiaccio che ho dentro, anche se solo per pochi secondi. Lui mi sorride, come fa di solito. Io mi alzo e lo caccio di casa; troppo presto per tutto, ancora. Ma sorrido, no meglio, rido anche io, solo che lui non mi vede. Non è ancora il momento.