Un pranzetto veloce

Un pranzetto veloce

di Marco Palasciano

Corro come un pazzo per cercare di arrivare a casa il prima possibile. Dopo un lunedì come questo poter sfruttare un minimo la pausa pranzo per rilassarsi è d’obbligo, soprattutto al Nord, dove le pause pranzo si posso propriamente definire “pause”, e non come sud dove durano tre ore.

E poi ci sono i cani.

Solitamente sono molto più tranquillo; certo non sono un addestratore professionista ma il minimo indispensabile, tipo i “bisogni in casa no!”, riesco a farlo, e bene.

La vera fonte di preoccupazione è che i cani ora sono due, ora, padre e figlio, Piero e Carlo, e questo mi preoccupa.

Sono quasi a casa, tiro fuori l’enorme mazzo di chiavi dalla tasca della giacca per risparmiare anche il tempo della ricerca fuori il portone del mio palazzo.

Arrivo, apro “al volo il portone”, m’infilo nella rampa di scale e inizio la mia scalata di 4 piani.

La salita è estenuante come al solito, ma anche salutare (almeno così mi piace ripetere tra me e me, ma il terrazzino di quella casa era troppo carino per essere in qualche modo messo in discussione da 4 miseri piani a piedi da fare 4 – 6 volte al giorno).

Arrivo finalmente fuori a porta di casa, infilo la chiave nella toppa, giro e apro.

L’immagine che ho davanti agli occhi non credo che la dimenticherò mai, insieme allo strano sentimento suscitatomi da quella visione che ancora oggi non so  come definire se non con un misto di  rabbia e ilarità nervosa.

La casa è de – va – sta – ta; da destra verso sinistra l’unica cosa che riempie lo spazio vuoto è la gommapiuma che una volta era il mio bello e comodo divano Ikea. Avete presente quei film dove i cattivi vanno in casa del protagonista cercando un oggetto e mettono tutto a soqquadro?

Beh, la situazione era quella. Una tempesta di gommapiuma, come se qualcuno avesse posizionato una carica di esplosivo all’interno del mio divano.

Ma non è affatto finita qui, perché la gommapiuma non è la sola, ovviamente.

Un innocente rotolo di carta igienica ha infatti subito un destino crudele, morso, strappato, mangiato e sparso sul pavimento.

I miei mocassini, poi, sono ridotti alla loro forma originale, cioè pezzi di cuoio sparsi al suolo.

E loro, i miei amati amici a 4 zampe?

Eccoli li, in posizione, uno accanto all’altro che mi fissano e, noncuranti, scodinzolano.

La cosa mi provoca quasi un ictus dal nervoso; credo che una sensazione del genere la possano provare solo i genitori quando trovano i loro pargoli che hanno devastato casa.

Nella mia mente la pausa pranzo era palesemente diventata un miraggio, ma la fame, con i suoi morsi, continuava a ricordarmi che avevo pur bisogno di nutrirmi.

Il problema è il tempo, dicevo tra me e me, mentre raccoglievo brandelli di materiali che fino a poco prima avrei chiamato divano e scarpe.

Faccio appello alla mia esperienza di ex studente fuorisede e mi decido. “Vada per la pasta in bianco”.

La pasta in bianco la amo, e lo confesso senza grossi patemi, è buonissima e non merita la nomea da cibo d’ospedale che l’accompagna.

E, soprattutto, è l’unico piatto che in questo momento ho il tempo di preparare: 10 minuti per far bollire l’acqua, 6 minuti per i maccheroni al dente, spolverata di parmigiano, olio d’oliva “abbondante” e via.

E poi, diciamolo, è sana, un particolare sempre sottostimato dai 30enni che vivono da soli.

Restano solo da stabilire le tempistiche.

Faccio mente locale e decido: finisco di raccogliere i “cadaveri” lasciati li sul pavimento dai miei amati quadrupedi, metto l’acqua a bollire, metto i guinzagli ai cani, infilo la giacca, scendo, di corsa.

Giretto, bisogni, strattoni “da incontri con altri cani”, una prassi ormai consolidata, quella della passeggiata all’ora di pranzo. 10 minuti sapientemente ritagliati tra l’arrivo a casa e l’autobus che poi mi porterà a San Lazzaro.

“Oggi però il giro durerà di meno, miei cari, quindi fate tutto e velocemente” sperando tra me e me che ascoltino.

Risalgo e l’acqua bolle, apro un pacco di maccheroni (la pasta grossa è, per me, la VERA pasta), pugno di sale, butto la pasta, accendo il timer, rigorosamente settato un minuto in meno rispetto a quello che dice il pacco di pasta, visto che ho sempre sostenuto che chi li scrive non sa bene cosa significhi “al dente”.

Nei 5 minuti di cottura mi trasformo in una divinità indiana dalle sei braccia qualsiasi, ma che sa usare il mocio.

Lavo e disinfetto praticamente tutto il salone, che detto così sembra un lavoro enorme ma che per fortuna non lo è, e ho persino un minuto per mettere tutto in ordine…

Scolo la pasta, prendo un piatto fondo che cospargo di olio e parmigiano.

Unisco la pasta, a cui aggiungo un’altra generosa spolverata di parmigiano e un ultimo filo d’olio.

“Giro” fino a quando olio e parmigiano e pasta si amalgamano formando quella cremina gialla (olio e parmigiano) che io adoro.

Davvero, è come una droga per me. Il primo boccone è paradisiaco; magari esagero, la fame influenza sicuramente il mio giudizio, ma in quel momento è la sensazione che provo.

Squilla il telefono, che ho ovviamente lasciato in bagno quando ho preso mocio e secchio.

Sarà certamente mia madre e, per una volta, mi alzo e vado a risponderle.

Sollevo il cellulare, rispondo.

“Ciao madre, come va?, Si, sto mangiando una cosa al volo, non sai cosa mi hanno fatto trovare i cani in casa quando sono arrivato, guarda, non so come ho fatto a non avere un infarto” le dico ridendo.

Poi sento un rumore, e riconosco la forchetta che cade per terra. E li vedo, padre e figlio, abbuffarsi con il mio piatto di pasta.

“Scusa mamma, ti devo lasciare, vado di fretta, ho giusto il tempo per un pranzetto veloce”

Che stanno mangiando i miei cani sul pavimento di casa mia.