Tutti i particolari in cronaca

Tutti i particolari in cronaca

di Emanuele Giulianelli

Si dice che Pablo Escobar, il più ricco trafficante di cocaina di tutti i tempi, sia stato preso per colpa di una telefonata troppo lunga. Una telefonata ai suoi figli e a sua moglie, dal bunker in cui era rinchiuso, braccato e inseguito dalle polizie di mezzo mondo. Una telefonata che gli è risultata fatale.

Pur sapendo di essere intercettato, fatto che si evince anche da come fosse solito troncare improvvisamente qualsiasi conversazione dopo pochi secondi, quel giorno ha continuato a parlare con i suoi cari, dando il tempo alle unità colombiane di sorveglianza elettronica, tramite la cosiddetta tecnologia della triangolazione radio di fabbricazione statunitense, di individuare la sua posizione.

Non so spiegare se inconsciamente possa essere scattato un meccanismo di resa, forse dovuto alla stanchezza di anni trascorsi a scappare e a nascondersi, o se l’errore sia dovuto alla troppa sicurezza di sé e dei propri mezzi, ma certamente la voglia di sentire i propri affetti più cari è stata fatale alla primula rossa.

Così come non so spiegare cosa sia accaduto a me che non sono Pablo Escobar, ma uno tra i cinque criminali più ricercati nella provincia di Milano: niente droga, roba troppo sporca per me. Automobili, merce che ha un fiorente mercato soprattutto nell’Est Europa, che si porta via senza troppo rischio e che rende tanto.

Da mesi, ormai, non potevo più avvicinarmi al mio appartamento in zona Brera, perché la polizia lo teneva d’occhio notte e giorno attendendo un mio passo falso. E la cantina che un vecchio socio in affari mi ha prestato come eufemistico pied-à-terre iniziava davvero a starmi stretta.

L’ironica sorte di un criminale: la mia carriera mi ha fruttato milioni di euro e sono finito in uno scantinato a dividere il rancio con gli scarafaggi.

Una sera, stanco di questa condizione, ho deciso di uscire allo scoperto, di cercare un riparo più caldo e familiare, almeno per una notte. E un pasto da condividere con persone care o anche da solo, ma non con la compagnia cui ero abituato.

Non potevo andare in Brera, non sarei neanche riuscito a salire le scale perché mi avrebbero arrestato prima. Avevo tanta voglia di assaggiare di nuovo i sapori con cui sono cresciuto, la cucina di mia madre. Così ho preso la macchina e, senza darle preavviso, mi sono presentato nella nostra vecchia casa nell’Oltrepò. Ho bussato alla porta: quando mi ha visto, mia madre è trasalita.  “Che ci fai tu qui? Al telegiornale non fanno altro che parlare di te!” “Lo so mamma, lo so. Ma avevo troppa voglia di mangiare un piatto di aglio, olio e peperoncino cucinato da te”.

Così mia madre si è allontanata verso la cucina e si è messa ai fornelli ad armeggiare con maestria tra spaghetti e condimento; le mani non sono più quelle di quando io ero ragazzo e la domenica mattina tirava la sfoglia per preparare la pasta fresca: gli anni le hanno scavate e indebolite, ma la capacità e la maestria nell’utilizzarle sono rimaste intatte. Mi guarda mentre prepara. Continua a tenere gli occhi su di me che mi siedo e accendo la televisione.

“Puoi dare un’occhiata tu alla pasta che cuoce, mentre io vado due minuti in bagno?” mi chiede. “Certo, ti serve che ti accompagni?” “Come pensi che sia abituata a fare quando non ci sei?” grida la cara gagliarda mamma dal gabinetto. Ci mette qualche minuto in più del previsto e io, visto che mi sembra pronta, scolo la pasta. Al suo ritorno, mia madre ha provveduto a condirla, a metterla nei piatti e a servirla per entrambi. Mi ha messo davanti una bottiglia di Bonarda e ha continuato a guardarmi.

Ho mangiato con gusto quella pietanza dal sapore così familiare finché, versandomi un bicchiere di vino, ho chiesto: “Mamma, come mai ci hai messo così tanto in bagno? Non stai forse bene? Non hai nemmeno assaggiato gli spaghetti!” “No, è che non sono più abituata ad averti a questa tavola”. “Lo so, mamma, lo so” le rispondo con la testa incassata nelle spalle, il gomito piegato come ad agevolare la mano che sostiene la forchetta e gli spaghetti e la bocca pronta al tipico risucchio alla maniera di Albertone. E la mente corre indietro a quegli anni in cui tutto era semplice. Molto più semplice.

“Sono stanco di scappare, mamma”. Il suono di una sirena, i lampeggianti blu alla finestra e una mano robusta che bussa alla porta di mia madre. Ci scambiamo uno sguardo veloce, lei guarda verso il piano di sopra come a fornirmi una via di fuga. Io continuo a mangiare: “Vai ad aprire, mamma, chissà chi sarà a quest’ora”. Forse perché ha esagerato con il peperoncino, ma ho iniziato a piangere. Per la gioia di aver gustato quel delizioso piatto con lei.