L'arte di aprire gli spaghettini

L'arte di aprire gli spaghettini

di Valentina Vellucci

Davvero non me lo aspettavo.

Davvero non me lo aspettavo. Ma lo attendevo da tempo. Non quello che è successo. Quello che è successo non lo augurerei mai a nessuno. Anche se poi purtroppo certe cose accadono. Parlo del fatto che tu lo abbia condiviso con me. Senza girarci intorno. Senza usare quelle espressioni che ci aiutano e ci difendono un po’. Sei stato molto diretto.

Quanti anni sono che non ci sentiamo? Tre. Forse quattro anni.
Era bello quando vivevamo insieme, vero? Forse per te no, ma per me è stato tutto fantastico.
Dicevamo: quattro anni. Più o meno da quando entrambi abbiamo messo la testa a posto. Laurea, lavoro, coppia. Tu persino una bimba. Stupenda. Anzi, due. O meglio potevano essere due. Poi purtroppo certe cose accadono. Anche quella volta sei stato molto diretto. Non ci hai girato intorno.  E nel silenzio ne abbiamo parlato. Davanti a una birra. Senza dire veramente nulla. Io mi riempivo le narici del pecorino di Carletto mentre tu sbattevi sul tavolo il pacco degli spaghettini per farlo aprire. Che modo grezzo di aprirli! Eppure a te piaceva così. E andava bene così.

Non siamo riusciti a dirci nulla. Volevo essere di nuovo quella con cui parlavi. Con cui ti confidavi. O forse questa è stata solo la scusa che mi sono voluta raccontare per non sentirci più. Perché parliamoci chiaro: allontanarsi alla fine non è mai stato così semplice. Basta solo avere una vita veloce. E non pensarci più.
Allontanarsi dalle persone che ci vogliono bene, in questi anni, non è mai stato così facile.

Sai quanti messaggi, quante mail, quanti Whatsapp lasciati a metà ti ho scritto dopo quella volta? Era incredibile non riuscire a dirci nulla nonostante 15 anni di amicizia. Non uno, non cinque, non dieci. Quindici.

Alcune volte ci ripenso a quando ci siamo conosciuti: facevamo occupazione, forse ci eravamo beccati prima. Chi se lo ricorda. Mi ricordo solo i Mamas & Papas:  Make your Own Kind of Music acustica, classica, in levare! In quanti modi l’abbiamo suonata fino a farci cacciare. E ricordo che nemmeno ci conoscevamo, ma mi hai aperto subito casa tua.

Ricordo la prima casa: strana e stretta. E i primi inquilini: anche loro strani  e stretti. E le chiamate senza privacy nell’unica vera stanza della casa: il bagno.

Ne abbiamo passate di case e di inquilini insieme. E di lavori. Fra un esame e l’altro non c’è stato lavoro che non abbiamo fatto. E alla fine tornavamo sempre a casa con i costumi da promoter sgualciti e le occhiaie pesanti di chi si deve mettere sui libri. E parlavamo di tutto: della tipa giovane e carina che ti aveva chiesto il numero ma non aveva comprato nulla, dell’anziano che voleva adottarmi ma che alla fine il prosciutto non lo aveva mica comprato. Della gente e del fatto che noi non saremmo mai diventati così. Noi eravamo fighi, eravamo una generazione diversa. Non saremo mica diventati come gli altri: avremo viaggiato sempre e comunque, fatto lavori straordinari e dentro vite solo apparentemente ordinarie.

Cioè, noi eravamo quelli che quando erano piccoli Kurt Cobain lo avevano visto al telegiornale nel febbraio del ‘94.  Noi eravamo quelli che zaino in spalla ce ne andavamo ai festival a sentire il gruppo blues sperimentale che per caso il mio ragazzetto di turno aveva trovato su qualche impensabile sito di band emergenti. Noi eravamo fighi perché non ci dimenticavamo mai da dove venivamo: testa bassa e pedalare perché se i soldi ci mancavano, la testa ce l’avevamo tutta.

Ce l’avevamo tutta anche per divertirci. Te la ricordi quella volta in cui eravamo convinti che ci fosse una festa hawaiana in quel locale in centro a Bologna?

Menù della serata: spaghetti cacio e pepe di quelli buoni che veniva su Mario dalla campagna e ci portava l’olio buono. E poi la pasta: tu, francese solo sul certificato di nascita. Con quella tua ossessione per la pasta eri più italiano di me in tutto.

“Se abbiamo amici a cena si fa la pasta”. Non avevo mai capito bene questa tua regola fino alla sera della presunta festa hawaiana. Mentre cercavamo un compromesso fra “andiamo in costume” & “fuori ci sono si è no 16 gradi” ti ho chiesto perché non potevamo prenderci una pizza senza sporcare la cucina.

Sei stato genuino “Ohi Martì”, ancora con questa storia? Lo vuoi capire che la pizza è italiana ma la pasta è Casa?”. Sono rimasta in silenzio per alcuni secondi. Che potevo dire? Vivevamo da anni come fuori sede e la parola casa tu non la usavi mai. Da quel giorno non te l’ho più chiesto: quando avevamo amici, si faceva la pasta. Quando avevamo ospiti si poteva pure ordinare una pizza.

La festa hawaiana: che poi non c’era mica ed eravamo gli unici in costume da bagno, te lo ricordi? E quando sei sceso con quella mazza sportiva per far sloggiare un tipo assai poco raccomandabile dal giardino di fronte casa, te lo ricordi? E quando hai portato a casa un cartello della ferrovia con destinazione Pisa te lo ricordi? Io sì, mi ricordo tutto. Me lo sono sempre ricordata.

È per questo motivo che il nostro silenzio mi ha ferita così tanto. Disarmata. Non credevo fosse possibile rimanere in silenzio noi due. E invece è stato così. Forse perché ci sono cose che non è più giusto condividere insieme. Alla fine ognuno ha la sua vita. Anche io, appena ho trovato l’amore, o meglio l’idea dell’amore. Ho fatto scelte che mi hanno portata lontano. Le abbiamo fatte entrambi: mi sembra giusto darci la colpa.

Oggi no però: oggi la colpa è solo mia. Mi hai scritto, mi hai chiamato, mi hai cercato. Non hai fatto tanti giri di parole. Hai usato quella parola che quando sei bambino la riferisci solo al drago cattivo o alla strega perfida. Ti ho chiesto se potevo fare qualcosa: non hai esitato. Sei uno che ha sempre saputo chiedere. A differenza mia che poi mi lamento di chi non mi dà nulla in cambio.

Ho preso la pentola migliore che ho: in metallo, profonda. Lucida. Ho preso la pasta più buona che ho: degli spaghettini, belli lucidi, dorati. Ho preso il pecorino più buono che ho trovato qui in città. L’olio di Mario: quello non ce l’ho, non l’ho trovato. Chissà che fine ha fatto Mario. Quando l’ho sentito due anni fa stava bene. Più o meno. Ancora stava dietro a quella Rosanna, quella del paese suo.

Ho preso gli spaghetti: quelli buoni. Ma non li aprirò. Lascerò che sia tu a farlo. Come ai vecchi tempi.
E se questa volta ci sarà silenzio andrà bene. Ho capito che non sono le parole dette quelle contano, ma il tempo che spendiamo insieme senza dirci nulla a fare la differenza.

Credo che però qualcosa la dirai stavolta: ti avevo detto che avrei avuto solo gatti rossi e niente figli. Ci eravamo detti che avremmo avuto lavori straordinari dentro vite apparentemente normali.
Ci eravamo mentiti. Aspetto Sofia da quattro mesi.  Senza nulla togliere ai gatti.

E la mia vita è straordinaria al di là di un lavoro apparentemente normale. Ma non ti ho mai detto nulla. Perché in fondo volevo conservare di noi il ricordo spensierato di due giramondo con la zaino in spalla che vanno a vedere i gruppi blues sperimentali.

Non so se tu dirai qualcosa. Ma io sì. Al di là di tutto, al di là dell’amore, dello studio e della realizzazione professionale quello che spero è che la mia Sofia possa essere fortunata come lo sono stata io, ad avere un amico tanto leale. Uno di quelli che nonostante le ragazze c’era sempre. Uno di quelli che si mette in costume da bagno per andare a una festa anche se sa che non c’è nessuna festa. Uno di quelli che scende con la mazza da baseball per far sgombrare il vicinato. Uno di quelli che ti tiene il posto ai giardini durante il mondiale. Uno di quelli che a casa ti fa trovare un piatto di pasta e non una pizza, perché sei un amico mica un ospite. Uno di quelli che apre gli spaghetti un po’ a modo suo: impugnandoli con entrambe le mani e sbattendoli in maniera secca col tavolo, facendo scoppiare sgraziatamente la confezione in plastica.

È l’unico augurio che mi sento di farle. Perché io sono stata bene. E riguardandomi indietro non ho rimpianti, se non quello di aver giudicato il tuo silenzio come una distanza e non come un’esigenza.

L’acqua ormai bolle. Chissà se ho messo il sale. Sento il telefono vibrare. Il campanello suonare. E sono contenta.