Labbra della speranza

Labbra della speranza

di Marco Fornaro

PRIMA DELLA STORIA - Ho bisogno di una vacanza, si disse Antonella. Era sola sul letto - era sola da diverso tempo a dire il vero - quando decise che era il momento di fare i bagagli e prendere il primo volo per la Tanzania. Non le Maldive e non Ibiza. La Tanzania. Non si sa perché. Probabilmente voleva smussare il suo dolore con quello degli altri. Ne cercava uno più forte del suo, forse per credere che in fondo c'è sempre chi è messo peggio di te. Passi un matrimonio fallito come tanti, l'anello debole di Antonella è un altro: da quel fallimento si è cancellato il rapporto con una delle due figlie. Si è formato uno di quei dolori laceranti che non ti abbandonano per strada facilmente. È quasi più forte della morte. A quella puoi rassegnarti dopo anni. L'assenza forzata, invece, si traduce in attesa. E l'attesa priva di un seguito è una spada che ti logora giorno dopo giorno. È tagliente e non rimargina le cicatrici. Le lascia nude e scoperte.
Così Antonella è partita in Tanzania per scoprire il lato oscuro di quel posto. Non ne voglio sapere delle carinerie che mostrate ai turisti, disse alla guida. Voglio vedere il marcio.

Così fu. La guida caricò lo zaino in spalla e le chiese 100 euro. Non per lui, ma per la gente del villaggio che chissà da quanto tempo pregava di ricevere cibo. Un'illuminazione divina.
Antonella si destreggiò nel disastro, prese una bambina in braccio e si specchiò in uno dei suoi rari sorrisi. Ci ha visto sua figlia in quelle labbra. E lì ha deciso che le cose sarebbero cambiate.

LA STORIA - Antonella ha sostituito gli occhi di quella bambina con quelli di sua figlia e così si è sentita in dovere di fare qualcosa per quella gente. Cercava emozione nell'aiutare gli altri. Non tornò più in Tanzania e le adozioni a distanza dei bambini della Costa D'Avorio non riempirono completamente i vuoti della sua vita. È questione di alchimia, certe volte.

Poi, boom. Il Congo. La provincia di Sud-Kivu, per l'esattezza. Il villaggio Katana, per essere ancora più minuziosi. È lì che Antonella aveva capito di dover piantare delle radici solide.
Entrò nell'orfanotrofio e ci trovò trentaquattro bambini. In quella stanza c'era puzza di pipì e nauseante odore di sporco. Eppure Antonella aveva visto quegli sguardi e aveva capito che quella stanza era il posto giusto per ricominciare a vivere. Per restituire sorrisi a quella gente e rivedere quello di sua figlia.

L'EPILOGO E IL PRESENTE - Sono passati sei anni dal primo viaggio di Antonella in Congo. Da lì sono successe tante cose. Quando è tornata in Puglia, ha messo in moto un motore instancabile che ogni anno si traveste da Babbo Natale. Antonella cucina, cucina e cucina. Ha deciso di devolvere al Congo i primi due incassi ottenuti dal suo ristorante ogni giorno. E ha deciso di organizzare cene di beneficenza da cui trarre fondi per sfamare i bambini dell'orfanotrofio e per costruire una scuola. Certe volte serve solo della pasta, della semplice pasta, per fare viaggi da supereroi: Antonella passa un mese all'anno in mezzo a quella gente dopo viaggi odisseici; sola con il suo quintale e dieci di valigie stracolme di cibo, vestiti e medicine.
Roma-Addis Abeba in aereo per sei ore.
Addis Abeba-Goma in aereo per tre ore.
Goma-Bukavu in traghetto per nove ore.
Bukavu-Katana in auto per tre ore.

Un totale di due giorni di viaggi come ce ne sono pochi nella vita che Antonella ha deciso di fare per riaccendere la speranza in chi un futuro non ce l'ha. Per rivedere il sorriso di una figlia nelle labbra di trentaquattro bambini che hanno iniziato a capire che il mondo è brutto, ma le persone che vogliono migliorarlo non mancano.
A tavola possono nascere delle storie straordinarie.
È bastata un po' di pasta, in fondo, per costruire laddove nessuno credeva si sarebbe mai potuto costruire qualcosa. Che sia anche solo un semplice sorriso.