La domenica

La domenica

di Marco Palasciano

Che bella domenica.

La temperatura è di quelle che ti fanno urlare al miracolo o ti convincono che tutta la storia del riscaldamento globale non è poi una bufala, forse più dell’ultimo documentario di Leonardo Di Caprio.

18 – 20 gradi al sole, a dicembre, sono una cosa che pochi possono apprezzare al di là dei confini regionali.

Mi vesto, esco e inizio a camminare per la città che trovo viva, vivissima, grazie alla fortunata combinazione clima – negozi aperti – Natale in arrivo.

Il mercato del pesce, a Bari, è un luogo dove tutto quello che la città ha da offrire si palesa; ci sono i pescatori e le bancarelle, ci sono gli slogan urlati, nella rapida e sempre efficace sequenza bene – qualità – prezzo (“i limoni, c’so belli, 1 euro al kg”), ci sono gli amici e un’eterogenea schiera di “personaggi” con i quali difficilmente ti ritroveresti spalla a spalla in un’altra situazione.

Ma è questo il bello.

Con gli amici si parla di tutto: topic di rilievo, in questo periodo, sono il referendum e cosa farai a Natale/Capodanno.

Devo dire che non so quale dei due argomenti mi metta più ansia e/o disagio, ma riflettendoci un attimo, certamente il secondo.

E poi eccolo, il telefono vibra, lo tiro fuori cercando di non perdere tutte le altre cose che ho disordinatamente ammassate in quella stessa tasca.

È Madre, che chiamo così ormai da anni sia per sfottò, sia per sottolinearne l’autorità e il tono austero che l’ha sempre contraddistinta.

“Che fai?”

Domanda suggestiva, soprattutto di domenica.

“Sono in giro, al sole, con amici”. In questo modo cerco solo di rallentare l’inevitabile.

“Ah, programmi per pranzo?” mi dice alle 10:00, quando sono sveglio più o meno da un’ora.

“Io sto uscendo a fare la spesa…” lascia la frase in sospeso. Vuole chiaramente capire i miei programmi, poi riparte subito in quarta.

“Faccio una pasta al forno, mi fai compagnia?”.

Bomba sganciata.

Al di la di come possa apparire non ho un brutto rapporto con mia madre, ma sono il figlio unico di una donna “sola” con un carattere molto forte, su cui ricadono tutte le attenzioni, e non è facile da gestire. Se a questo si unisce il fatto che, per i problemi di salute che affliggevano mio padre, Madre non ha praticamente mai usato il sale in cucina, vi renderete conto che si tratta semplicemente di istinto di autoconservazione.

“Ok Madre, ci vediamo a casa”.

Quando arriva il momento saluto gli amici e mi metto in macchina, devo necessariamente essere presente durante la preparazione, almeno per gestire il fattore “sale”.

Io ho la fortuna (che poi è anche una sfortuna) di essere cresciuto nella stessa casa in cui mia madre abita ancora oggi, e che, salvo qualche spostamento frutto più della genetica voglia di cambiare tipica femminile, è sempre uguale.

Arrivo e lei è li, al cancello, ad aspettarmi; questa scena si ripropone sempre, evidenziando una sua spiccata tendenza alla teatralità che non mi fa impazzire ma che con gli anni ho imparato ad accettare.

Ha un sorriso felice e soddisfatto nel vedermi; odia passare la domenica da sola.

Io l’abbraccio e le do un bacio sulla fronte.

Oggi è uno di quei giorni in cui ti accorgi di quanto il tempo passi, e lo capisci osservando tua madre.

Piccola, fragile “donnina” (come dicono da alcune parti), ma vulcanica in ogni suo atteggiamento, e proprio questa strana combinazione di fattori la rende incredibilmente tenera ai miei occhi.

Si mette sotto il mio braccio e mi porta in cucina.

Subito sento l’inebriante sapore del sugo che sta preparando, rigorosamente senza carne, visto che è vegetariana (da sempre).

Quindi si, io sarò uno dei protagonisti di quei meme “immagina i nipoti del futuro con le nonne che cucinano il tofu”.

“Questi sono tutti pomodori biologici – dice, e le piace da morire questa cosa – e anche il basilico, senti che odore” continua, mentre stacca un paio di grosse foglie dalla piantina e quasi me le infila su per le narici.

Di essere buono è buono. Ora però bisogna controllare il sale, e cercare di essere il più gentile possibile nell’esprimere un giudizio, cosa che non mi riesce mai.

Prendo il mestolo di legno, poroso abbastanza da trattenere ricordi e sapori di una vita di sughi preparati in famiglia, intingo e assaggio.

“Mhhh” faccio io, controllato a vista dagli occhi attenti di Madre.

“Ottimo, ovviamente il sale resta li, nello stipo sopra i piatti”. La tocco piano, come si dice, ma rido, è uno sfottò che negli anni è diventata la regola.

E lei ovviamente permalosa: “Ma sempre la stessa storia, non lo sai che il sale fa male?”.

“Si Madre (la chiamo sempre così), ovvio, ma anche il gusto ha la sua importanza nella vita, altrimenti sai che noia? “

Ci ridiamo su, mentre io prendo il controllo delle operazioni.

Lei intanto apre una bottiglia di vino, che “un bicchiere al giorno fa sangue”.

Al contrario del sale, penso fra me e me.

Il sugo c’è, ora serve la mozzarella, che mi viene passata preceduta sempre da una sfilza di aggettivi relativi a provenienza e qualità.

Mia madre, come buona parte di chi vive solo, ha un grosso bisogno di parlare, che di solito soddisfa con i cani e i gatti di cui si circonda ma che, inevitabilmente, si concentra su di me nel momento in cui sono presente.

Mi passa il tagliere e inizio un paziente e minuzioso lavoro di taglio della mozzarella; più piccoli sono i pezzi, più buona sarà la pasta al forno, secondo me (soprattutto in un’ottica futura, quando, una volta raffreddatasi, quella mozzarella sarà semisolida e, paradossalmente, ancora più gustosa).

Finito con i latticini, un filo d’olio in teglia, dentro pasta pomodoro e mozzarella, una spolverata di parmigiano e pan grattato per fare una bella crosta e via in forno.

Intanto io e madre chiacchieriamo sorseggiando un buon rosso.

Gli argomenti sono sempre gli stessi.

Iniziamo dal lavoro, si parte sempre da un generico che stai facendo, domanda a cui ho sempre qualche difficoltà a rispondere da quando ho smesso i panni del legale.

“Faccio il social media manager, Madre, e mi sta piacendo molto”

“Social media che?” mi fa lei.

“Manager”, rispondo accennando un sorriso e facendo roteare un po’ gli occhi.

“Per esempio gestisco i canali social per alcune aziende” come se questo l’aiutasse a capire meglio cosa faccio.

“Ah, stai su Facebook tutto il giorno?” seguito subito da un “Ma ti pagano?” che tradisce una certa preoccupazione.

“Si Madre, le rispondo un po’ stizzito”.

“Ah per questo ti hanno mandato questo pacco da 5 kg di pasta?”

“Si Madre” decido di tagliare corto, ma ridendo.

“E con quante ragazze stai uscendo ora?” mi chiede con sguardo preoccupato e curioso.

Per fortuna il timer del forno suona, rimandando l’inevitabile impasse che una domanda del genere mi genera.

Tiriamo fuori la teglia dal forno. Per la cucina si spande un odore che tipico, familiare, di domenica.

Ci sediamo e iniziamo a mangiare.

E tutt’a un tratto sono un ragazzino di 14 anni, ricordo battute, sorrisi, quel clima di “famiglia” che sono stato così fortunato da aver provato per tutta la mia giovinezza.

“Beh, quindi, quante?” fa lei, riportandomi subito alla realtà.

Rido, e rispondo frettolosamente “qualcuna”. Mi ha sempre messo in imbarazzo parlare con mia madre delle mie storie, non so se sia un tratto comune a tutti gli uomini, ma per me lo è.

“Ma una brava ragazza non la riesci a trovare?” mi dice subito tradendo di nuovo una certa preoccupazione.

Ecco, il concetto di “brava ragazza, non la riesci a trovare” è uno dei grandi misteri della vita, al pari di chi siamo e dove andiamo.

“Beh, Madre, bisognerebbe definire il concetto di “brava ragazza” e poi capire se effettivamente faccia per me” cosa che temo non faccia per me.

Non ribatte, ma la preoccupazione resta visibile. Come il mio sorriso.

Il vino e una teglia in due ci trascinano entrambi in un viaggio nei ricordi. Ridiamo e ricordiamo semplici episodi di vita vissuta, un bicchiere rotto, una caduta rovinosa, una testata a uno stipite di un armadio.

Anche le liti, tra i miei genitori e tra me e loro, ma la rabbia e l’atmosfera pesante dei diverbi familiari non c’è nei nostri ricordi, tutto fa ridere. Tutto, alla fine, è stato accettato. Anche perché è l’unica cosa sensata da fare, secondo me. Col senno di poi e crescendo ci si rende conto che per quanto i rapporti familiari siano complicati, difficili, pieni di incomprensioni, quando c’è stato amore vero, dopo ricordi solo quello.

E questo, insieme alla pasta al forno, rende la domenica “La Domenica”, almeno per me.