Farfalle nello stomaco

Farfalle nello stomaco

di Tommaso Calascibetta

Da quando ho memoria, sempre gli stessi gesti. Sempre lo stesso ballo, la cura maniacale per mettere in tavola il piatto perfetto. Un mestolo che si muove nell'aria come il pennello di un impressionista, il sorriso riflesso dal vetro del forno, la farfalla che vola dalla pentola alla sua bocca per sentirne la cottura. “La faccio stare ancora un po' che altrimenti non la riesce a mangiare” diceva.
Io la osservavo in silenzio, con l'attenzione con cui si guarda un film di Kubrick e con la voglia di capire, semplicemente, cosa spinge una donna di 86 anni ad amare (perché di amore si tratta, ci metto la mano sul fuoco) suo marito così tanto dopo sessant'anni di matrimonio. “Bella storia” pensavo. “Ci scriverò un libro prima o poi” dicevo.
Ma tu e nonno come vi siete conosciuti?” chiesi con la delicatezza di un bimbo quando il primo giorno di scuola entra in classe un po' timido sperando che nessuno lo noti.

“Eh, e mo’ qua ce ne sarebbero da raccontare... All'epoca ero bella nipote mio, eccome se lo ero! Non amavo truccarmi, ma adoravo i profumi. Creavo una nuvola e ci passavo attraverso, come quando in mare ti infrangi contro un'onda. Noi ci si divertiva con poco a quei tempi. Andavamo a ballare, ma non come fate voi oggi, no. Ci riunivamo tutti dentro qualche casa e si passavano le serate così. Noi donne non potevamo bere, faceva brutto. Ogni tanto però, lo ammetto, un goccio di vino me lo versavo. Giusto per darmi un tono. In un paesino di mille anime devi essere quella con le ali più grandi per riuscire ad andartene via almeno con il pensiero. Ed io non volevo assolutamente rimanere lì. Nemmeno mi piaceva il vino, tra l'altro.

Avevamo un amico in comune con tuo nonno. Ci trovammo vicini una di quelle sere e lui mi vide. Certo che mi vide. Cominciò scherzare, a fare il buffone Siete tutti uguali voi uomini.  Fece di tutto per convincermi a ballare, mi prese per sfinimento. Anche lui era bello sai, alto e fiero con la forza di un giovane che avrebbe potuto attraversare a nuoto il cielo. Dolce come non immagineresti mai. Vederlo ora così malconcio fa male, preparagli ancora il piatto caldo che mi ricorda tutto questo fa bene invece, al cuore mio”.

S'interruppe di colpo, la pasta era pronta. Apparecchiò rapidamente, Mastro Giuseppe mangiava alla mezza in punto e lei non voleva assolutamente far aspettare il suo uomo. Riprese la sua danza tra un bicchiere poggiato sul tavolo e un filo d'olio fatto scivolare sul piatto come gocce di ambrosia purissima. Il medico si era raccomandato di non esagerare con i condimenti e lei, infermiera laureatasi per necessità al capezzale del suo amato, non commetteva mai errori.

Accompagnava ogni boccone con lo sguardo, che dal piatto finiva tra gli occhi tremolanti del marito. Quando nonno finì lo accompagnò a letto e poté finalmente pranzare anche lei.
 

“Buon appetito nonna”.
“Buon appetito Luca”.