All'arrabbiata

All'arrabbiata

di Valentina Vellucci

“Sono via due giorni. Ci sentiamo su Whatsapp.
Fate a modo tu e il Messner”.

Di solito il suo post-it recita questo. E poi cuoricini e smile ovunque per non farci mancare nulla.
Lo sposta almeno due o tre volte prima di lasciarlo sempre e definitivamente sotto il suo cuscino.

Poi apre il frigo e controlla che ci sia almeno un cespo di insalata e una bottiglia di sugo.

Mi lucida la ciotola; mi cambia l’acqua; mi mette i croccantini nuovi facendone cadere un po’ sul pavimento, perché sa che mi piace cacciarli in giro per casa. E poi mi mette sempre due pranzetti in caso di attacchi di fame improvvisi.

Io mi fiondo sempre sul primo. Non si sa mai qualcuno me lo porti via. La tengo sempre d’occhio però: sento i suoi tacchi avanti e indietro per la casa e la valigia che sbatte in qua e in là, che come al solito non si chiude. E la faccia felice per un nuovo lavoro, una nuova trasferta e gli occhi tristi per il senso di colpa.

Egoista lo è: sta sempre in giro. Si vede che le dispiace però. Le dispiace lasciarci soli. Le spiace non tanto per me che sono bello e irresistibile. Le spiace per lui, per quello con gli occhiali. Si vede che si vogliono bene (anche se è palese che vogliono entrambi più bene a me). Si legge in modo diverso sul viso di entrambi che queste continue assenze non fanno bene.

Soprattutto a lei: glielo leggi in faccia appena esce un attimo dal personaggio. Quando è in mezzo agli altri, eppure non dice mai una parola. Quando sposta oggetti a caso senza mai trovare pace.

Sorride qualche volta. Fa delle battute che non capisco. Eppure non è mai veramente partecipe. Ha sempre la testa altrove.

Glielo leggi sul divano la sera, quando finge di leggere le mail e invece sbircia gli album fotografici di quando la vita era diversa e meno movimentata. E aveva meno soldi.

Eccola. La sento che ha quasi chiuso la valigia. È ora di darle una mano: lo faccio sempre. Senza di me sarebbe perduta!

Mi siedo sulla valigia: mi ci sdraio di tutto punto. In questo modo può chiuderla velocemente. Non capisco bene quello che dice ma mi starà sicuramente ringraziando della mano che le ho dato. È palese: guarda come le brillano gli occhi quando mi guarda. E non solo perché sono bellissimo col pelo invernale... ma perché si vede proprio che mi ama.

Passa davanti alla mia ciotola. “Eppure pensavo di averti messo da mangiare. Aspetta Mess. Ora te lo do. Devo guardare due cose”. Anche questa volta ha funzionato. Mi rimette da mangiare. E ora il solito rito prima di correre fuori tutta trafelata. È bassina e poco agile: non è mica come me.

Si arrampica su uno sgabello nero. Apre lo sportello della cucina e controlla: gli spaghetti ci sono. Li prende in mano e controlla sempre che siano tutti interi. In realtà credo che le piaccia farseli scorrere fra i polpastrelli perché quel gesto le sa di casa. Quando prepara la pasta e quando sta per partire fa sempre lo stesso gesto. Anche lei, come me, ha dei rituali.

Io ad esempio tutte le mattine alle 5, quando è in casa, la sveglio per accertami che abbia dormito bene.

Scende dallo sgabello nero e si accuccia sul mobile bianco, lì dove tiene la pasta corta. Ora è il turno dei fusilli. Controlla sempre che ci siano in casa almeno un pacco di spaghetti e uno di fusilli: quando lei non c’è, sa che il suo lui con gli occhiali deve pur mangiare. E gli lascia almeno due fra i suoi formati preferiti di pasta.

Poi infila il braccio in fondo al mobile. So già cosa cerca: le farfalle. E visto che egoista lo è davvero, le nasconde sempre un po’ in fondo al mobile quando parte: sono la sua pasta preferita (anche se io preferisco di gran lunga le farfalle vere). Le mette in fondo così quando torna le può fare con la ricotta o al salmone (dipende sempre da cosa trova nel frigo). Le spinge in fondo. Sorride fra sé e sé. Forse pensa a quando saremo tutti insieme a tavola, con un buon calice di vino, a progettare cose che forse non faremo mai.

Forse pensa a quando saranno l’uno vicino all’altra a scolare quella pasta. Con gli occhiali di lui che si appannano, lei che lo prende in giro e lui che minaccia di tenere tutta la pasta per sé.
Stupido umano: io lo farei davvero. Nessuno può prendermi in giro.

Chiude il mobile. Corre per la casa a controllare che tutto al suo posto. Afferra la valigia. Mi fissa. Mi dice cose. Cose che non sempre capisco. È triste ma allo stesso tempo emozionata. Io fingo di ignorarla: so che se la guardassi per davvero capirebbe che la conosco troppo bene e che a uno come me mica lo prende in giro.

E forse mi allontanerebbe per prendere qualcuno di più stupido. Che so…un cane.

Fingo di dormire. Mi appallottolo sul divano con la tigre di peluche che mi hanno regalato. È calda, morbida e arancione.

E il divano è così vuoto senza lei. E la casa è così silenziosa senza i suoi tacchi. Sento ancora il rumore delle ruote della sua valigia trascinata a forza sul cemento.

Vado sul letto dove dormono: vado a controllare che il suo post-it sia ancora lì. Che lui lo trovi come sempre sotto il cuscino. Non si sa mai cosa potrebbe succedere a quei due se non ci fossi io.

Sono sempre presente io: quando fanno la doccia li aspetto davanti alla stufa, quando asciugano i panni glieli riscaldo dormendoci sopra, quando lavorano troppo al pc stacco le prese.

Quando discutono faccio spuntare la mia mini palla da rugby per fare due lanci.

Sono proprio strani. Senza peli. Con quegli occhi grossi e quel telefono sempre in mano. A loro modo però sono carini. E si vogliono bene. E mi spiace essere l’unico a vedere negli occhi dell’altro che si vogliono molto più bene di quanto in realtà sanno dirsi.

Il divano è così vuoto senza lei. Speriamo che lui torni presto.
Che poi tanto lo so come fa: rientra a casa, si siede sul letto per togliersi le scarpe, trova il cuscino un po’ spostato e capisce. E subito diventa un po’ triste. Poi va verso la cucina. Un po’ mugugna. Un po’ canticchia. Poi mette la musica alta.

Prende i fusilli, lì dove lei glieli ha lasciati. Apre il frigo in cerca di ispirazione. Lo richiude. Si guarda intorno. Non è felice in questo momento. Poi si ferma e sorridendo prende un appunto sulla sua to-do list “ricotta e salmone per le farfalle”.

Anche se per l’ennesima volta lei non c’è, anche se per l’ennesima volta è partita di corsa, anche se ci ha lasciati soli con il preavviso di un whatsapp, anche se quando tornerà lui le farà il broncio, alla fine si ritroveranno inspiegabilmente stretti e vicini in quella cucina grande. L’uno con gli occhiali appannati, lei ancora con i tacchi indossati e la valigia da vuotare.

E adesso vado a cercare la palla va. Due tiri mentre si fa i fusilli all’arrabbiata glieli devo pure concedere.