Scarmigliata

Scarmigliata

di Emanuele Giulianelli

Scarmigliata. So che questo termine è ormai desueto ma, per quanto mi sforzi, non riesco a trovarne un altro che riesca a descrivere meglio te in questo momento. Te nella tua interezza, nella tua figura: non solo i capelli, come la semantica vorrebbe. Quel pigiamone di flanella che potrebbe valere come un keep off per me e per qualsiasi altro pretendente si azzardasse ad avvicinarsi con intenzioni più o meno chiare. Gli occhi cisposi di chi è stato sbalzato da un profondo sonno e non ha ben chiaro in quale era geologica o in quale pianeta si trovi. Invece hai appena percorso cinque metri o poco più e ti sei, con fatica, trascinata dalle calde coperte che ti avvolgevano nel lettone fino alla cucina, da cui provenivano i terribili rumori che hanno turbato il tuo dolce sonno.

“Ti ho svegliato?” è tutto quello che ho saputo dire, armeggiando una padella e una bottiglia d’olio.

“Secondo te?” replichi come a sottolineare la profondità della mia domanda.

Rimaniamo entrambi aggrappati a un paio di lunghi secondi di silenzio; ci pensa lo sfrigolio del soffritto a romperlo e a fornirci un tappeto sonoro sul quale imbastire la nostra sinfonia.

“No, è che non riuscivo a dormire” spiego con voce di chi, colto in flagranza di reato, non può far altro che ammettere la propria colpa. Tu provi a vincere il sonno che cerca di soverchiarti e tiri indietro una sedia dal tavolo per poi sederti: per la serie, sarà lunga e mi preparo al peggio. Con tipica maieutica socratica mi domandi: “Perché? Qualcosa ti preoccupa”. Come se essere stato appena licenziato non fosse una causa sufficiente a sentirsi preoccupato. “Secondo te?” rispondo con la stessa arma dell’avversaria.

Tu non sembri turbata dalla forma della mia risposta stizzita e nemmeno dal suo contenuto. Vinci le forze che vogliono farti richiudere gli occhi e alzi lo sguardo dal tavolo in noce scuro che ci ha regalato tua madre per le nozze. Mi guardi mentre continuo a concentrarmi sui pelati che ho messo a sbollentare nella padella col soffritto e li punzecchio con la forchetta; o faccio finta di concentrarmi. Ho solo paura di incrociare i tuoi occhi, quelli di cui mi sono innamorato e nei quali ogni giorno vorrei perdermi; ma temo di incontrarli giudici severi o, peggio, compassionevoli verso un uomo che potrebbe apparir loro come un buono a nulla.

Intanto metto sul fuoco una pentola di acqua calda, con un pizzico di sale e aspetto che le bolle salgano a galla per condannare al loro dolce destino un paio d’etti di spaghetti. Il fine consolatorio dell’avvolgibile.

Continui a non parlare, io continuo a non voltarmi: l’angolo retto che separa le traiettorie dei nostri sguardi è come un muro. Mi volto un istante solo quando, con la coda dell’occhio, percepisco che stai chinando il capo: “Domattina devo sistemarmi le unghie, sono ridotte malissimo!” dici, non so se rivolgendoti a me o a te stessa. Attendi due minuti, due lunghi minuti, durante i quali io butto la pasta nell’acqua bollente e controllo l’orologio affinché il tempo di cottura coincida con quello segnato sulla confezione. Poi riprendi, come leggendo nel mio pensiero che vaga tra il confuso e l’abbandonato: “Non pensare che non mi interessi o che non comprenda la tua situazione. Voglio solo farti capire che per me non cambia nulla”.

“In che senso?” chiedo con la mia tipica perspicacia, mentre assaggio con la punta della lingua il suo dal cucchiaio di legno e spengo il fuoco sotto la padella.

“Nel senso che tu sei l’uomo che amo, quello con cui ho scelto di trascorrere la mia vita, quello con cui ho vissuto momenti stupendi che, però, sono niente in confronto a quelli che vivrò e vivremo. Con o senza quel posto di lavoro”. Che oltretutto non mi piaceva nemmeno un granché, a dir la verità.

Poi ti alzi e ti avvicini; lo scrosciare del rubinetto aperto mentre scolo la pasta copre per un attimo qualsiasi intenzione di parlare. Tu ripeti il gesto di assaggiare il sugo dal cucchiaio di legno e, per la prima volta da quando hai lasciato il tuo morbido e caldo giaciglio mi guardi negli occhi: “Ce la faremo”.

Prendi lo scolapasta pieno e versi gli spaghetti nella padella con il condimento e li salti un minuto. Poi spegni la fiamma e mi chiedi: “Ce ne sono due anche per me?”

“Meno male che ne ho fatti due etti!” Ridiamo, come non facevamo da giorni.